Valerio Cugia

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C'é un effetto di paesaggio che stupisce ed attrae in ogni pittura di Valerio Cugia, sia questa natura morta, o veduta marina, o di campagna, o pure l'interno in penombra di una abitazione. Siamo infatti sempre di fronte ad uno spettacolo, visto da vicino, o pure da lontano, curato con mano di velluto per mettere in evidenza soprattutto una visione d'insieme. E' i1 sentimento di uno sguardo, ciò che preme al pittore: in apparenza frusciante sull'epitelio dell'immagine, e tuttavia raggiunto per dosaggio cromatico sedimentato, dove è la mano a guidare l’occhio, per poi ottenere da quest'ultimo un ulteriore aggiustamento di sensibilità. Così noi sentiamo un progressivo interesse per il modo della rappresentazione, e una certa meraviglia affiora nella osservazione quando, da una sagoma in controluce, o dallo sfumare di toni, la forma si rompone in equilibri squillanti, in silenziose pause musicali. Cugia dipinge per un suo particolare piacere che ha ben poco a che fare con le occasioni e gli incontri del suo repertoria rappresentativo.Egli potrebbe bene esercitare la sua passione pittorica e descrittiva tanto a Roma, come a Sidney, a New York, o sulle rocciose pendici dell'Annapurna. Infatti la sua è una vocazione poetica che lo fa somigliare ad un eremita cittadino, ad un monaco immerso nella sua preghiera, che non si cura tanto del mondo circostante quanto dell'amore intellettuale delta espressione. Il suo ‘paesaggio’ è per essenza poetica la pittura di un ideogramma psicologico, o, per dirla più semplicemente, di un ‘mondo interiore’. C'è un artista italiano, Ruggero Savinio, che ha raggiunto risultati squisiti, mosso da una analoga urgenza espressiva: egli dipinge scene di vita vegetale o animale, con l'occhio sempre rivolto a scrutare sé stesso, il suo intimo ‘piacere’ di immergersi nell'alambicco della forma e del colore. Valerio Cugia, dunque, è un pittore simbolista, che esalta il sentimento della esistenza raffínandolo fino al punto di presentarlo come schermato da un filtro ottico: con l'effetto simile a quello di un controtipo che attutisce ogni contrasto, ottenendo una vision pacata, al silenziatore, e pure, al tempo stesso, pulita e definita formalmente in ogni sua parte. Le incastonature di pietra e acqua bagnate dalla luce notturna o dal chiarori di alba e tramonto, sono alcuni dei saggi più eloquenti di questa disposizione stilistica, che è soprattutto una ‘maniera di vedere’. E non può stupire se certe soluzioni compositive, ben calibrate nella immagine di superficie, suggeriscano un richiamo orientale, come accadeva per i preziosismi pittorici alla fine del secolo scorso, con tutto l'indugiare estetizzante sul velo incantato della visione, accompagnato dai riferimenti esoterici, puntuali ‘invitations au voyage’ per pochi iniziati. Il gusto di Valerio Cugia inclina ad una simile posizione estetica. E non è casuale, per le sue ‘spiagge sacre’, le sue ‘rocce al chiaro di luna’, ed altre composizioni simili, un riferimento al Rilke delle Elegie Duinesi (ma anche, io direi, allo strabiliante Roerich, misterioso e illuminante evocatore della scena tibetana, nella Russia decadente alla fine del secolo scorso. A volte, poi, la veduta di Cugia è quasi appiattita sulla prospettiva, che curiosamente rovescia il punto di vista verso l'osservatore, e si guarda nel quadro come attraverso un teleobbiettivo : si tratta di colline, o di dossi alberati, dense coloriture delta ‘forma italiana’, dove gli ocra e i cinabri si compongono per toni cangianti, solidifcano l'impressione e raggiungono una misura per campiture larghe con effetti di sulfurea caligine o di estate appassita (in cui consiste, per l'appunto, il ‘tono simbolico’ del quadro). La pittura di Valerio Cugla, dunque, non può essere assimilata semplicemente affidandosi alla leggerezza della prima impressione. Sarebbe del tutto fuorviante considerarla come una stenografia di immagini appuntate su un diario. Per quanto abbia una sua connotazione diaristica, il monologo interiore, che ritma il flusso della pittura, riguarda un intrigante dialogo del colore con sé stesso alla ricerca dell'equilibrio formale. Il risuttato è come un termine ascetico, la prova cui si espone il sentimento quando fa emergere, dal viluppo dei toni, la struttura della composizione. Se in questa dimensione, silenziosa e lirica, si compendia la lezione più profonda dello 'spirituale nell'arte', direi allora che la ‘figuratività’ di Valerio Cugia procede come il gambero nella direzione inversa alla sua più profonda intenzione formativa. Per la sua tensione simbolica e il colorismo stitistico, per la vagheggiante sedimentazione dello sguardo, e per la costituzione di una immagine sinfonica di pura visibilità, egli è infatti un pittore autenticamente ‘astratto’. Se noidiamo a questo termine il significato teorico di una espressione che si misura eminentemente con i valori del linguaggio visivo, aldilà del contenuto. Allo stile pacato e composto, alla capacità di sceneggiare i vasti ‘paesaggi dell'anima’, al puro ‘piacere’ di affabulare per linee e colori, va tutto il riconoscimento di chi apprezza , nella pittura, un valore di resistenza culturale alla dispersione e alla perdita di senso della condizione moderna. Di questa famiglia poetica, per affinità e per dichiarata vocazione, Valerio Cugia fa parte a pleno titolo con il pregio e l'esempio dei solitari che sanno vivere coerentemente per la qualità del loro lavoro.

Duccio Trombadori

Contact : v.cugia@hotmail.com

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